16

luglio

2009

La corsa all’oro lungo le sponde dello Yukon, ben nota al grande pubblico anche grazie ai popolari racconti di Paperon de Paperoni, si scatenò sulla fine del 1800 e portò al rinvenimento, nel solo Klondike, di un totale di circa 12 milioni e mezzo di once di metallo giallo, pari a circa 355 tonnellate.

Tutto ebbe inizio quando due navi cariche di minatori di ritorno dallo Yukon attraccarono nei porti di San Francisco e Seattle: le borse dei minatori erano piene d’oro, e nell’arco di soli sei mesi ben 100.000 cercatori d’oro si misero in marcia, allettati anche dalle false informazioni diffuse da improvvisati affaristi, interessati a convincere ancor più i cercatori per vendere loro ogni genere di attrezzatura. Qeste false informazioni giungevano sotto forma di phamplets che promettevano ricchezza per tutti, ma nella realtà i problemi erano tali che solo un terzo dei centomila riuscì a giungere a destinazione. Il viaggio, infatti, era massacrante e, tra le varie asperità, prevedeva il passaggio attraverso il passo di Chilkoot, il cui tratto finale, estremamente ripido, veniva chiamato “Scalinata dell’oro”. Buona parte degli aspiranti cercatori mollava proprio al cospetto del passo, che fece oltre 3000 vittime tra gli animali da carico, tanto da meritarsi il nome di “Dead horse trail“. Coloro che giungevano a Dawson City, in ogni caso, avevano ben poco di cui rallegrarsi.

La ricerca dell’oro era un lavoro indicibile: la maggior parte del metallo si trovava nel sottosuolo, a tre o più metri di profondità, e per raggiungerlo i minatori dovevano superare il permafrost, lo strato di terreno ghiacciato, che andava scaldato per poter essere perforato. Tutto questo, ovviamente, era possibile solo nel periodo estivo, perché d’inverno le temperature rigide rendevano impossibile ogni operazione. Qualcuno ha sostenuto che gli unici ad arricchirsi con la corsa all’oro del Klondike furono i commercianti e gli approfittatori, che seppero sfruttare il sogno di ricchezza di tanti poveri diavoli.

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